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venerdì 15 aprile 2011

Tratto da http://xstruggleforpleasurex.blogspot.com


Isole di plastica

Se qualcuno vi chiedesse che cosa hanno in comune oceano Pacifico, oceano Atlantico e mar Mediterraneo, probabilmente non pensereste che una delle possibili risposte alla domanda è: un’enorme “isola” di plastica galleggiante!

Questo è, purtroppo, quanto è stato rilevato negli ultimi anni dalle sempre più accurate scansioni della superficie terrestre via satellite.
È all’incirca tra il 135° e il 155° meridiano Ovest e fra il 35° e il 42° parallelo Nord, che si trova il Pacific Trash Vortex” (o Great Pacific Garbage Patch); non si sta parlando di una qualche esotica ed affascinante meta turistica del Pacifico, bensì del più grande accumulo di rifiuti in acque marine della terra , localizzato grosso modo tra la California e le Hawaii, è composto per la quasi totalità da plastica galleggiante, tanto da assumere le sembianze di una vera e propria isola!


Trattandosi di materiale in sospensione non strettamente coadiuvato esistono serie difficoltà nel fornire dettagliate descrizioni delle dimensioni reali dell’accumulo di immondizia, tuttavia sono reperibili sul web stime indicative che vanno da un minimo di 700.000 km2 ad un massimo almeno dieci volte superiore. Probabilmente non è immediato realizzare quanto siano spropositate queste misure, quindi per concretezza ritengo opportuno ricordare che la superficie dell’Italia intera è di poco superiore ai 300.000 km2.

Tale accumulo pare essere principalmente dovuto all’azione del North Pacific Subtropical Gyre, una corrente oceanica caratterizzata da movimento a spirale in senso orario che favorirebbe l’aggregarsi delle particelle in sospensione nella colonna d’acqua.

Il Pacific Trash Vortex fu scoperto per caso nel 1997 dal famoso oceanografo americano Charles Moore durante un viaggio in mare nella zona interessata, ma si stima che l’accumulo sia cominciato a partire dagli anni ’50. Moore rivela di essere rimasto stupefatto nel constatare di essere stato in ogni istante di quel viaggio costantemente circondato dai rifiuti.

Moore è del parere che nella suddetta regione circolino almeno 100 milioni di tonnellate di detriti galleggianti. Ma ancora più stupefacenti sono le parole proferite dall’oceanografo sul fatto che se i consumatori non ridurranno l’utilizzo della plastica usa e getta l’isola di detriti potrebbe facilmente raddoppiare le sue dimensioni nel prossimo decennio.

Marcus Eriksen, il ricercatore che dirige la US-based Algalita Marine Research Foundation (fondata da Moore), tiene a precisare in una sua dichiarazione (riportata in fondo in lingua originale) che l’ammasso detritico non si presenta come una superficie solida, si tratta bensì di una “zuppa” fluida e non omogenea. Quel che più spaventa del discorso di Eriksen è quanto dichiara in riferimento alle presunte dimensioni del cumulo di rifiuti, che si estenderebbe, a suo dire, per un’area doppia a quella degli USA!

Un altro oceanografo, Curtis Ebbesmeyer, studia e monitora le“isole di plastica” da oltre quindici anni. Egli si sofferma invece sul reale disagio che si verifica quando avviene il contatto tra il cumulo di rifiuti galleggiante e le coste della terra ferma, egli spiega infatti di come le spiagge si ricoprano in breve tempo di una quantità spropositata di pezzi più o meno minuti di plastica, come è avvenuto più volte in diverse isole dell’arcipelago delle Hawaii.

Uno dei pericoli che istantaneamente si delineano in questo ostico scenario è sicuramente il rischio ecologico, stando infatti ai dati riferiti dall’UNEP (United Nations Environment Programme), il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, i detriti di plastica provocano la morte di oltre un milione di uccelli marini ogni anno, e più di 100.000 mammiferi marini. Siringhe, accendini, spazzolini da denti sono solo alcuni tra gli oggetti più comuni ritrovati nello stomaco di uccelli marini morti, che pare scambino questi oggetti per cibo.



Ma i problemi non sono esclusivamente riservati alla fauna, infatti sono ben noti anche i rischi per la salute umana; le industrie riversano nelle acque centinaia di milioni di piccole “pallottole” di plastica ogni anno, queste, come spiega Eriksen, si comportano come spugne chimiche artificiali che attirano composti di natura antropica come diversi idrocarburi e residui di DDT, che poi entreranno a far parte della catena alimentare contaminando i nostri cibi giungendo in questo modo fino a noi.

A peggiorare la situazione è, come spiega il chimico Tony Andrady, l’elevata longevità dei materiali che caratterizzano il cumulo di detriti, aspetto che tende a proiettare la situazione di disagio anche nel futuro. A differenza dei rifiuti biologici, spontaneamente sottoposti alla biodegradazione, le plastiche e i materiali affini vanno incontro a “fotodegradazione”, un processo chimico-fisico dovuto a radiazioni luminose, per cui un composto muta la sua struttura; in questo caso la fotodegradazione porta alla depolimerizzazione della plastica che va via via degradandosi in particelle di dimensioni sempre minori fino ad arrivare alle dimensioni dei polimeri che difficilmente continuano a degradarsi. Il galleggiamento di queste micro-particelle porta ad un processo simile a quello già spiegato in precedenza da Eriksen, accade infatti che queste minute particelle vengono scambiate per zooplancton da animali quali gli cnidari che se ne nutrono, introducendole dunque nella catena alimentare.

È stato trattato nello specifico il caso del Pacific Trash Vortex dal momento che rappresenta probabilmente uno dei casi di “isole di plastica” più studiati a livello internazionale, e sul quale sono disponibili maggiori dati, ma come detto inizialmente si è a conoscenza di diverse zone nel globo in cui questo fenomeno accade, è bene notare a tal proposito che di recente si è parlato anche del Mediterraneo come sede di un accumulo di spazzatura galleggiante anche se chiaramente di dimensioni sensibilmente più ridotte (all’incirca 500 tonnellate di detriti di materie plastiche galleggianti).

È possibile che la questione susciti l’interesse di molti, soprattutto sapendo che le nostre stesse coste si stanno avviando verso uno scenario cupo in questa direzione. Occorrerebbe forse cominciare a sensibilizzare i cittadini della comunità sulla tematica, attuare modelli di prevenzione all’inquinamento delle acque incentivando magari un utilizzo più ponderato delle materie sintetiche che potrebbero andare a ostruire processi fondamentali degli ecosistemi naturali, provvedere ad un adeguato smaltimento di tali materiali e forse cominciare a ripulire le zone colpite con spedizioni navali per tentare di ristabilire ciò che rimane dei precedenti equilibri naturali. Chiaramente per tutte queste attività è necessario un coinvolgimento attivo della politica e la conseguente messa in pratica di regolamentazioni atte a far funzionare i piani.




giovedì 14 aprile 2011

Libertà di informazione: il mito dell'incoscenza

In questi giorni in cui si è discusso ed approvato quell'ennesimo mostruso sberelffo alla giustizia, da più conosciuto come "processo breve" ho evitato appositamente giornali e Ballarò vari.
Sbaglio. Lo so.
Ma sono troppo schifato.
Il solito duello televisivo tra rappresentantedellaopposizioneconniventechedormecontinuamentemachesirisvegliaproprioquandononpuòfarvederechedormecontinuamente
contro rappresentantedellamaggioranzasenzaspinadorsalecosìinteressatoamantenereilpostochesaigiàchereciteràilsolitodiscorsettopreparatoacasaegiustificheràqualsiasiporcatapurchèvengaricandidato a me ha rotto. Non mi interessa più.
In questi giorni ho provato a distrarmi con un mio vecchio amore: la radio.
Qualche bella canzone.
Un De Andrè o un De Gregori ogni tanto per curare lo spirito.
Poi però la mia passione (quasi malattia, so anche questo) per l'informazione, incosciamente mi portava sempre ad alzare il volume su un giornale radio o su un programma di approfondimento.
Ieri ero sintonizzato su Radio1, ascoltavo un pò di musica quando ad un certo punto la speaker annuncia che, dopo la pubblicità, andava in onda "Tutte le mattine" di Maurizio Costanzo.
Penso: "Costanzo fa un programma in radio? Sentiamo un pò che dice."
Pubblicità.
Sigletta.
L'incofondibile voce un pò più ciancicata di Costanzo che racconta di un tipo, un gioralista freelance e regista di documentari slavo che vuole girare un documentario sulla condizione carceraria  a Rebibbia.
Si presenta lì per i permessi.
I secondini fanno un controllo sulle generalità del tipo e scoprono che non solo a Rebbbia c'era stato in prima persona, ma che era praticamente evaso e che doveva scontare ancora sei mesi di carcere.
Viene arrestato e lui si giustifica dicendo "Me ne ero scordato".
Morale di Costanzo: fare attenzione magari con una cura per la memoria.
Fine del programma.
1 minuto pulito.
Il mio commento: bella cazzata. Con tutto quello che sta succedendo sta pillola di saggezza. Chissà quanto lo pagano per questo monumentale progogramma di infomazione. Ormai lontanissimi i tempi in cui Costanzo e Santoro facevano i programmi staffetta contro la mafia.
Stamattina mi è ricapitato di risintonizzarmi su Radio1.
Andava in onda "Radio anch'io" in diretta dalla scuola di Giornalismo di Perugia nell'ambito del International Journalism Festival in corso in questi giorni.
Intervistano Oleg Kashin, reporter russo del Kommersant aggredito e ridotto in gravissime condizioni in un misterioso agguato sotto casa qualche mese fa e la giornalista e scrittrice messicana Cynthia Rodriguez, da tempo impegnata in delicate inchieste sul narcotraffico.
Storie agghiaggianti. 
Si parla di come in Russia, nell' ex blocco sovietico, ad esempio in Ungheria (Paese che è nell'Unione Europea ed attualmente il suo premier è presidente di turno del semestre comunitario) o in Cina il controllo sulla liberta di informazione sia quasi totale.
Lo stesso in alcune zone del Sud America e dei Paesi Arabi.
Agghiaccianti le storie di Kashin o della Rodriguez.
Gente che non guadagna chissà che ma che si rende la vita impossibile per il diritto all'informazione.
Perchè sentono che è giusto fare sapere.
Gente che viene minacciata,  presa a botte, quando non proprio ammazzata dai loro stessi governi di appartenenza.
Come è successo 5 anni fa ad  Anna  Politkovskaja.
Eroi o incoscienti ?
Probabilmente l'incoscienza è il punto di partenza da cui si comincia ad essere eroi.
Perchè se si è calcolatori non potrà mai accettarsi di mettersi in pericolo di vita.
Non è un caso che il giornalismo imperante sia quello modello Vespa.
Quello che non rischia mai.
Quello che non dice nulla che vada fuori dal protocollo.
Perchè sa che se vuole esistere deve recitare quella parte a copione.
Senza mai uno slancio creativo o un sussulto di orgoglio che faccia chiedere qualcosa di non concordato a tavolino.
Anche le risse verbali ormai sono calcolate.
Battibecchi ideologici in un mondo che non vive più di ideologie.
E' lo schema classico imperante in questa televisione generalista dei talk e delle trasmissioni di approfondimento quotidiano.
Con la scelta di ospiti ad hoc, poi, non c'è nemmeno il fastidio di istruirli prima.
Non siamo la Cina o la Russia.
In Italia non chiudono la Rete (per il momento). E Interenet è l'unica sorgente per trovare qualche notizia più vicina alla realtà dei fatti.
Non c'è un regime di repressione sanguinaria.
Ma paghiamo il dazio di questa insopportabile censura morbida realizzata attaverso un sistema fatto di informazione quotidiana infarcita di VespaMinzoliniCostanzoFerraraInfanteSgarbiBianchettiD'UrsoStudiApertiTG1,2,4e5 che 24 ore su 24 nutre la gente di se stessa.
Cioè di non - informazione.
Quando poi un Santoro o una Gabanelli (stranissimamente sempre con audience altissima e introiti pubblicitari attesi come manna dal cielo le dissestate casse RAI amministrate dal fidatissimo dg Masi) si pongono in contrasto con questo sistema, sono sempre presenti nella lista dei prossimi epurati, perchè loro sono faziosi e comunisti.
Che tristezza.
Eppure Paesi dove la situazione è decisamente migliore non sono così lontani. Senza aspirare alla libertà statunitense, non potevamo almeno essere una Germania, un Inghilterra o una Spagna ?
Niente. Siamo l'Italia.
Dalla radio la voce dello speaker mi risveglia da questi pensieri e preannuncia la nuova puntata di "Tutte le mattine" di Costanzo.
Grazie speaker e la spengo subito.
Sorridendo al paradosso che alla fine per sopravvivere ho bisogno di censurare anche io.


mercoledì 13 aprile 2011

Gli Italiani sono migliori di chi li governa - tratto da www.metilparabren.it

Ieri pomeriggio ho passato un'oretta nella scuola elementare di mio figlio per il colloquio periodico con le sue maestre, e come mi capita tutte le volte che ci vado mi sono accorto di un fatto singolare: gran parte di ciò che rende quella scuola vivibile, allegra, interessante e perfino fruibile si deve all'entusiasmo e alla buona volontà del personale didattico, dei genitori e degli stessi alunni.
Là dentro tutto parla di loro: i disegni dei bambini attaccati alle pareti, lo scottex e il sapone liquido comprati con i soldi raccolti tra di noi, i righelli di carta di Ikea che qualcuno si è preso la briga di andare a prendere e appiccicare ai banchi con lo scotch, i piccoli oggetti di arredamento fatti durante l'orario di scuola che sono sparsi qua e là, i vestitini per la recita portati dalle maestre e dai genitori, l'iniziativa proposta da qualcuno che ha letto sul giornale che c'è una certa mostra e allora ha pensato di portarci la classe.
Senza quelle persone la scuola non sarebbe che un casermone spoglio e triste con gli arredi raffazzonati e rimediati, gli attaccapanni pendenti da un lato e uno diverso dall'altro, gli armadi con un'anta sola perché l'altra si è rotta da chissà quanto e non c'erano i soldi per ripararla, le tende che mancano, le mattonelle che saltano qua e là.
Così, mentre loro tagliano i fondi e investono tempo e risorse in commissioni d'inchiesta per valutare la presunta faziosità dei libri di testo, i genitori e gli insegnanti di tutta Italia sono costretti ad affannarsi per fare in modo che le scuole siano posti minimamente dignitosi per accogliere i bambini, per dare loro qualche stimolo in più, per formare in modo decente quelli che tra qualche anno dovranno mandare avanti il paese.
Sapete cosa? E' l'ennesima dimostrazione di un fenomeno che sarà pure un tormentone, ma più passa il tempo più mi pare drammaticamente vero: in questo paese la cosiddetta "società civile" è di gran lunga migliore della classe politica che la governa.
Sono cose che danno da pensare, o sbaglio?

Maurizio Crozza - Ballarò del 12 aprile 2011

martedì 12 aprile 2011

Lavoro a Taranto: un grande futuro alle spalle

E' di pochi giorni fa la notizia della estemporanea manifestazione di protesta dei lavoratori precari dell'Amiu sotto la casa del sindaco di taranto, Ippazio Stèfano,  per un incontro finalizzato allo sblocco di una annosa vertenza per la propria assunzione in azienda.
Solitamente il luogo preposto a questo tipo di manifestazione è lo spiazzo antistante Palazzo di Città, il Municipio ubicato appena all'interno della Città vecchia del capoluogo jonico. 
Solitamente, chi passa da quelle parti si imbatte spesso in gruppi più o meno nutriti di lavoratori incazzati che manifestano e difendono con tutte le armi civilmente possibili la sopravvivenza al diritto di un pezzo di pane. Spesso avvelenato, ma questo è un altro discorso. 
Trovare lavoro a Taranto è come trovare parcheggio per un autocarro a rimorchio in pieno centro nelle ore di punta.
Taranto, da anni, vede la propra situazione occupazionale precipitare giorno dopo giorno.
A partire dagli anni del fantomatico dissesto del Comune (fallito come una Parmalat qualisiasi) la città dei due mari ha visto la propria già debole economia affondare inesorabilemente nelle sue realtà avviate e negare credibili promesse di futuro ai proprio ragazzi.
Due le realtà emblematiche di questa città: l'Ilva ed il call center di Teleperformance.
La tradizione la prima, l'appiglio ad un fragile futuro il secondo.
L'Ilva è benficiaria di una eredità pesantissima che ha il proprio de cuis nell'Italsider.
Gruppo IRI, quindi statale, dai primi anni 60 fino al 1995 quando viene acquista dal gruppo privato facente capo a Emilio Riva.
Da allora un ridimensionamento numerico ed organizzativo della azienda.
Snellente per i costi e improntato a cercare sempre voci in positivo da mettere in bilancio.
Con risultati non sempre incoraggianti sul piano delle garanzie di sicurezza sul lavoro e di tutela dell'ambiente.
Su queste ultimo aspetto poi le polemiche sono letteralmente all'ordine del giorno.
Per dare un idea del livello di nervosismo sulla questione basterebbe citare il caso di Fabio Mattacchiera, attivista ambientalista e blogger tarantino, che a dicembre 2010 si è visto ricevere dall'Ilva una querela per diffamazione per aver osato ripendere con una telecamera a infrarossi le immissioni notturne delle ciminiere industriali.
Insomma un territorio che sta pagando caramente la garanzia di un posto di lavoro.
Garanzia peraltro fiaccata dalla applicazione all'interno del siderurgico di contratti atipici, a tempo determinato, a progetto, a chiamata e con il diffuso uso della cassa integazione invalso a ridosso della recente crisi finanziaria.
Dall'altra parte c'è Teleperformance.
Duemila operatori a tempo indeterminato.
Duemila giovani. Molti diplomati e laureati. 70 % donne.
Molte famiglie nate sull'onda di una regolarizzazione insperata giunta nel 2007 grazie alla volontà della azienda di investire sul futuro e su un servizio di eccellenza per le aziende commissionanti assistenza per i propri clienti oltre che al sostegno della Regione Puglia grazie ai finanziamenti per le imprese che investono sul territorio. E che non devono poi scappare.
Anche  a Taranto, però, un mercato del lavoro cinico e ispirato ai dettami dell'iperliberismo crea le proprie tragedie occupazionali.
Quello dei call center non è pienamente regolarizzato. Anzi.
Un lavoro lasciato a metà dalla circolare Damiano e non ripreso, dal successivo governo Berlusconi, attraverso l'attuale ministro del Lavoro, Sacconi.
Quindi un mercato che soffre dumping e concorrenza sleale.
Quindi call center che delocalizzono il lavoro nei Paesi asiatici o del Terzo Mondo per spendere meno sui costi rappresentati dagli stipendi degli operatori.
Call center che continuano a pagare a progetto come fa ancora la maggior parte di essi.
Call center platelmente illegali.
Il sistema non regge più e l'anno scorso Teleperformance ha aperto le procedure di mobilità dichiarando circa 847 esuberi tra le sedi di Taranto e Roma.
Rientrati gli esuberi si è concordata l'applicazione dei contratti di solidarietà (lavorare, e guadagnare,  meno, lavorare tutti). A giugno scade il primo anno. Per un eventuale rinnovo sarà necessario riaprire le procedure di mobilità. 
Ovviamente l'economia di Taranto è fatta di molti altri settori.
Diversi.
Ma accomunati tutti e in maniera inquietante da' affanno, sofferenza e da uno stato di costante annaspata sopravvivenza.
Sintomi e spettri di fallimento dettati ultimamente dalla crisi, ma figli di una condizione di disagio economico e sociale che ormai cronicizzato negli anni non ha mai allentato la presa sul nostro Sud.
Gli esempi dell'Ilva e di Teleperformance, parlano di Taranto ma dicono di tutto il mondo del lavoro. Tracciano un ideale linea di congiunzione tra il passato delle ciminiere ed il futuro di un pc collegato ad una rete telefonica.
In mezzo un presente sfiduciato che interrogandosi sulle proprie sorti non può che immaginarlo lontano da qui.      

   

lunedì 11 aprile 2011

San Raffaele, quel sogno rattrappito - tratto da www.igrilliditarantoin movimento.com

 

Posted in Taranto by admin | aprile 11th, 2011
di Nino Sangerardi – 11 Aprile 2011

TARANTO - I numeri sono implacabili e chiari. L’impero economico e sanitario denominato Gruppo San Raffaele, ideato 42 anni fa da Don Luigi Maria Verzè, è piagato di debiti: 901 milioni di euro al 23 marzo 2011 stante il patrimonio netto, certificato nel 2008, di appena 64 milioni. Ammonta a 400 milioni di euro il debito con i fornitori, 575 i giorni di attesa per i pagamenti, 178 milioni i rimborsi per ricoveri e attività ambulatoriali ricevuti dalla Regione Lombardia. Gli avvocati di molti creditori sono pronti a inoltrare nei Tribunali richieste di decreti ingiuntivi a raffica.
Pertanto i nuovi manager del San Raffaele, Carlo Salvatori in primis, hanno deciso di mettere in atto il Piano vendita di beni (trattasi di affari non collegati all’assistenza sanitaria e ricerca scientifica e Università: hotel a 4 stelle, fazendas in Sud America, aerei, una società che si occupa di metano) utile a incassare , entro il 30 aprile 2011, minimo 120 milioni di euro per tranquillizzare banche e fornitori. Ci riusciranno? Difficile dire, visto che gran parte degli immobili e compagini sociali da dismettere risultano in perdita.
Quindi si vocifera l’ipotesi sempre più concreta di liquidare due ospedali: quello in costruzione ad Olbia con 200 posti letto e 150 milioni di euro d’investimento, e l’Hospital Monte Tabor Sao Rafael in Salvador de Bahia dotato di 300 posti letto.
Al vertice del gruppo San Raffaele c’è la Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor. Struttura di potere decisionale proprietario ammantata di riservatezza. Si sa che presidente del consiglio di amministrazione è Don Luigi Verzè (91 anni d’età, però afferma sicuro in luogo pubblico che, come il suo sodale Silvio Berlusconi, vivrà almeno fino a 120 anni), vicepresidente Mario Cal (72 anni), Roberto Cusin (71 anni), Ennio Doris (70 anni, presidente di Mediolanum Assicurazioni nonchè socio della famiglia Berlusconi), Laura Ziller (67 anni, responsabile Hospital Monte Tabor Sao Rafael).
Con la Fondazione San Raffaele Monte Tabor il Governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha firmato un accordo per realizzare a Taranto il complesso ospedaliero San Raffaele del Mediterraneo: 120 milioni di euro deliberati dalla Giunta regionale e 90 milioni, in leasing costruendo, che dovrebbero essere a carico della fondazione di Don Luigi Verzè.
A questo punto della sua cronistoria imprenditoriale la Fondazione Monte Tabor, socio della Regione Puglia nel consiglio di amministrazione della Fondazione San Raffaele Mediterraneo, in base a quale capacità monetaria rispetterà gli impegni sottoscritti e inerenti il nuovo ospedale tarantino?
E’ possibile che il presidente Vendola, i suoi consulenti, i suoi assessori regionali– e finanche i compagni dell’agglomerato partitico SEL e i funzionari e agit prop delle fabbriche virtuali di Nichi– non si sono documentati intorno alla situazione contabile in capo a Don Luigi Verzè, già finanziariamente precaria nell’anno 2008? Come fa oggi, aprile 2011, la Regione Puglia a intrattenere rapporti con la Fondazione Centro Monte Tabor di Milano il cui presente e futuro amministrativo è un buco nero in fondo al tram che passa nei dintorni di via Festa del Perdono, Milano?
L’ ospedale avveniristico da costruire nel quartiere Paolo VI della Città dei Due Mari, giorno dopo giorno, precipita in un sogno politico e ospedaliero rattrappito, che fatica ad essere oggetto quasi vero, la cui posa della prima pietra è stata rinviata per ben due volte.
Perchè i 60 milioni di euro (su 120) resi disponibili, ma fermi su conto bancario, per il San Raffaele del Mediterraneo non vengono spesi per la ristrutturazione dei due ospedali pubblici di Taranto, il Moscati e il Santissima Annunziata? Oppure per lenire le sofferenze dei pugliesi a causa della chiusura degli ospedali e taglio dei posti letto e aumento “ticket sulla salute” decretati dal Governatore Vendola, comunista e cattolico (in campagna elettorale dixit: ” Non metterò mai la tassa sul dolore”), e assessori?
Un presidente che da circa 6 anni gestisce una regione come la Puglia, 4 milioni 146 mila abitanti, il quale ultimamente ha dichiarato serio: ” Io mi batto non per far del male a Berlusconi ma per fargli del bene, per liberarlo dalle sue ossessioni, da codici culturali che gli impediscono di rilassarsi e vivere con pienezza la sua umanità”, si legge in “Chi ha paura di Nichi Vendola?” di Elisabetta Ambrosi, Marsilio editore. Liberare Berlusconi da quali ossessioni? Mistero della sinistra partitica ecologica libera e migliore.

La guerra di Ignazio tratto da da www.espresso.it

di Gianluca Di Feo e Claudio Lindner


Al servizio militare era un soldato scadente, congedato in anticipo. Agli americani ha detto di avere fatto il parà nella Folgore: una balla. Ora si eccita per le bombe in Libia, ma i generali non lo sopportano. Storia vera di Ignazio La Russa: l'ex fascista che da giovane stava con i Pellerossa e adesso invece gioca al cow boy

Il ministro Ignazio La Russa
Il ministro Ignazio La Russa





"Missili anti-radiazioni! Tornado antiradar! Caccia anti-aerei!". Il giorno del primo attacco alla Libia Ignazio Benito Maria La Russa sembrava Atlas Ufo Robot: come il Goldrake dei cartoni animati urlava in diretta tv nomi di armi portentose per scacciare Gheddafi. Poi la mattina dopo si è presentato ad annunciare che i nostri stormi avevano neutralizzato le difese di Tripoli. In realtà l'unico ad essere abbattutto è stato il pilota dell'Aeronautica che ha professionalmente spiegato i fatti: non era stato lanciato alcun missile.

Lo hanno mandato via a velocità supersonica, per evitare che i sogni fantabellici di Ignazio ministro d'acciaio venissero spazzati via. Ma chi negli Stati Maggiori deve convivere con La Russa ormai è alla disperazione, costretto a fare i conti con proclami in libertà, iniziative pasticciate e una profonda ignoranza per le questioni militari. Ama le parate, le tute mimetiche, i voli dannunziani ma si annoia nei vertici operativi e mostra insofferenza per i summit internazionali, aspettando solo il coffee break per mettersi a fumare e incollarsi al cellulare per parlare del partito. Eppure La Russa si era imposto come l'unico titolare della Difesa con un trascorso da ufficiale. Per l'insediamento avevano pensato di diffondere il suo stato di servizio in pompa magna, poi quando hanno recuperato il fascicolo si è deciso che era meglio riseppellirlo negli archivi. "Diciamo che aveva servito la patria poco e male...", sussurrano nel palazzone di via XX settembre. Un documento top secret, in cui lo si vede recluta nella scuola di Ascoli, dove gli istruttori faticano a metterlo in riga: "Sono entrato un po' disordinato ma mano mano ho acquisito una consapevolezza nuova". Quindi lo mandano a Genova e di corsa lo avvicinano a Milano, dislocandolo a Bergamo. Ma nella caserma Montelungo lo vedono poco, tra permessi a casa e un addio alle armi molto rapido.
La voce sul servizio militare "agevolato" del ministro della Difesa viene raccolta anche da uno che lo aveva conosciuto e frequentato parecchio, Tomaso Staiti di Cuddia, missino della prima ora, consigliere comunale a Milano nei caldi anni Settanta, deputato per tre legislature, oggi aderente a Futuro e Libertà: "Quando l'ho visto in televisione parlare dei Tornado mi è venuto in mente del suo congedo anticipato, ho chiesto a un amico e me lo ha confermato". Forse è nel suo plotone missilistico che La Russa ha imparato a spararle grosse perché - come rivela un cablo di WikiLeaks che "l'Espresso" pubblica in esclusiva - nel 2008 agli emissari del governo americano ha detto "di avere svolto il breve servizio militare nei paracadutisti della Folgore e che per questo aveva cercato l'incarico di ministro della Difesa".

VISTO DA WIKILEAKS
Quel file riservato del 23 maggio 2008 descrive il primo incontro tra un rappresentante di Washington e il politico prossimo alla nomina nel governo Berlusconi. Le sue priorità? Tutte rimaste sulla carta, tranne un capriccio che gli sta particolarmente a cuore: la mini-naja "per diffondere un senso di orgoglio civico". Come? "D'estate le caserme devono aprire le porte ai giovani per trenta giorni. Lui spera che questo spinga alcuni verso la carriera militare ma diffonda anche un senso di identità nazionale e di servizio al Paese. Ha detto che il programma può indirettamente contribuire per combattere la microdelinquenza e il consumo di droga tra i ragazzi". Annotano però gli americani: "I suoi trascorsi e il sostegno a questa proposta profumano un po' di fascismo...".
La sua biografia trasmessa a Washington recita: "E' un gran chiacchierone (talkative), energetico e ama fare battute per illustrare il suo punto di vista. E' una personalità teatrale (flamboyant) e ammette apertamente che gli piace stare sotto i riflettori". La Russa racconta che già nel 2001 Berlusconi gli aveva offerto una poltrona ma lui aveva preferito restare alla guida del gruppo parlamentare di An: "Io sono innamorato della politica. Mi sono divertito all'opposizione ed è stato estremamente gratificante mettere in luce le debolezze del governo".

    sabato 9 aprile 2011

    tratto da www.manteblog.it

    07 apr 2011
    Trecentoquattordici parlamentari italiani sono convinti che Silvio Berlusconi telefonò più volte in questura a Milano da Parigi per evitare impicci internazionali al nostro paese per via della nipotina di Mubarak. Sarà utile ricordasi di loro nel caso dovessimo acquistare un’auto usata.

    Fabrizio Cicchitto, Massimo Enrico Corsaro, Sabatino Aracu, Simone Baldelli, Maurizio Bernardo, Isabella Bertolini, Maurizio Bianconi, Salvatore Cicu, Domenico Di Virgilio, Pietro Laffranco, Osvaldo Napoli, Barbara Saltamartini, Jole Santelli, Gioacchino Alfano, Sabatino Aracu, Maria Teresa Armosino, Filippo Ascierto, Mario Baccini, Lucio Barani, Emerenzio Barbieri, Michaela Biancofiore, Mariella Bocciardo, Giuseppe Calderisi, Remiglio Ceroni, Luigi Cesaro, Gianfranco Conte, Nunzia De Girolamo Nunzia, Giovanni Dima, Renato Farina, Fabio Garagnani, Giorgio Holzmann, Amedeo Laboccetta, Pietro Laffranco, Luigi Lazzari, Beatrice Lorenzin, Giuseppe Francesco Maria Marinello, Marco Marsilio, Bruno Murgia, Antonio Palmieri, Massimo Parisi, Enrico Pianetta, Mauro Pili, Giuseppe Romele, Gianfranco Sammarco, Giuseppe Scalera, Michele Scandroglio, Luigi Vitali. Altri membri: Gian Carlo Abelli, Ignazio Abrignani, Angelino Alfano, Antonio Angelucci, Roberto Antonione, Valentina Aprea, Francesco Aracri, Vincenzo Barba, Viviana Beccalossi, Luca Bellotti, Amato Berardi, Deborah Bergamini, Anna Maria Bernini Bovicelli, Massimo Maria Berruti, Sandro Biasotti, Francesco Biava, Paolo Bonaiuti, Margherita Boniver, Marco Botta, Michela Vittoria Brambilla, Aldo Brancher, Renato Brunetta, Donato Bruno, Annagrazia Calabria, Maria Rosaria Carfagna, Gabriella Carlucci, Luigi Casero, Roberto Cassinelli, Carla Castellani, Giuseppina Castiello, Francesco Catanoso Genoese detto Basilio Catanoso, Giuliano Cazzola, Fiorella Ceccacci Rubino, Elena Centemero, Carlo Ciccioli, Edmondo Cirielli, Francesco Colucci, Manlio Contento, Nicola Cosentino, Giulia Cosenza, Giuseppe Cossiga, Enrico Costa, Stefania Gabriella Anastasia Craxi, Rocco Crimi, Nicolo Cristaldi, Guido Crosetto, Marcello De Angelis, Sabrina De Camillis, Riccardo De Corato, Francesco De Luca, Melania De Nichilo Rizzoli, Maurizio Del Tenno, Giovanni Dell’Elce, Simeone Di Cagno Abbrescia, Marcello Di Caterina, Manuela Di Centa, Ida D’Ippolito Vitale, Antonio Distaso, Monica Faenzi, Giuseppe Fallica, Raffaele Fitto, Gregorio Fontana, Vincenzo Antonio Fontana, Nicola Formichella, Tommaso Foti, Antonino Foti, Pietro Franzoso, Paola Frassinetti, Franco Frattini, Benedetto Francesco Fucci, Giuseppe Galati, Vincenzo Garofalo, Fabio Gava, Mariastella Gelmini, Antonino Salvatore Germanà, Niccolò Ghedini, Agostino Ghiglia, Sestino Giacomoni, Gabriella Giammanco, Vincenzo Gibiino, Alberto Giorgetti, Rocco Girlanda, Francesco Maria Giro, Lella Golfo, Isidoro Gottardo, Ugo Maria Gianfranco Grimaldi, Antonello Iannarilli, Maurizio Iapicca, Giorgio Jannone, Enrico La Loggia, Ignazio La Russa, Giorgio Lainati, Mario Landolfi, Maurizio Leo, Antonio Leone, Ugo Lisi, Pietro Lunardi, Maurizio Lupi, Gennaro Malgieri, Gianni Mancuso, Barbara Mannucci, Alfredo Mantovano, Giulio Marini, Marco Martinelli, Antonio Martino, Antonio Mazzocchi, Riccardo Mazzoni, Giancarlo Mazzuca, Giorgia Meloni, Gianfranco Miccichè, Riccardo Migliori, Lorena Milanato, Marco Mario Milanese, Antonino Minardo, Eugenio Minasso, Giustina Mistrello Destro, Dore Misuraca, Giuseppe Moles, Alessandra Mussolini, Gaetano Nastri, Massimo Nicolucci, Fiamma Nirenstein, Settimo Nizzi, Alessandro Pagano, Maurizio Paniz, Alfonso Papa, Adriano Paroli, Gaetano Pecorella, Paola Pelino, Antonio Pepe, Mario Pescante, Giovanna Petrenga, Guglielmo Picchi, Vincenzo Piso, Giancarlo Pittelli, Sergio Pizzolante, Carmelo Porcu, Stefania Prestigiacomo, Marco Pugliese, Fabio Rampelli, Laura Ravetto, Manuel Repetti, Eugenia Roccella, Paolo Romani, Luciano Rossi, Mariarosaria Rossi, Roberto Rosso, Gianfranco Rotondi, Paolo Russo, Stefano Saglia, Elvira Savino, Souad Sbai, Claudio Scajola, Umberto Scapagnini, Maurizio Scelli, Giorgio Simeoni, Francesco Paolo Sisto, Roberto Speciale, Francesco Stagno D’Alcontres, Lucio Stanca, Giorgio Clelio Stracquadanio, Franco Stradella, Giacomo Terranova, Piero Testoni, Gabriele Toccafondi, Salvatore Torrisi, Roberto Tortoli, Michele Traversa, Giulio Tremonti, Mario Valducci, Valentino Valentini, Paolo Vella, Cosimo Ventucci, Denis Verdini, Santo Domenico Versace, Pasquale Vessa, Raffaello Vignali, Elio Vito, Marco Zacchera. Gruppo Lega Nord Marco Giovanni Reguzzoni, Luciano Dussin, Lussana Carolina Montagnoli Alessandro, Fogliato Sebastiano, D’amico Claudio, Angelo Alessandri, Stefano Allasia, Massimo Bitonci, Guido Bonino, Umberto Bossi, Matteo Bragantini, Gianluca Buonanno, Corrado Callegari, Davide Caparini, Davide Cavallotto, Giacomo Chiappori, Silvana Andreina Comaroli, Nunziante Consiglio, Jonny Crosio, Manuela Dal Lago, Marco Desiderati, Gian Carlo Di Vizia, Gianpaolo Dozzo, Guido Dussin, Giovanni Fava, Massimiliano Fedriga, Fulvio Follegot, Gianluca Forcolin, Maurizio Fugatti, Franco Gidoni, Giancarlo Giorgetti, Paola Goisis, Paolo Grimoldi, Eraldo Isidori, Manuela Lanzarin, Marco Maggioni, Francesca Martini, Daniele Molgora, Laura Molteni, Nicola Molteni, Emanuela Munerato, Giovanna Negro, Luca Rodolfo Paolini, Maria Piera Pastore, Gianluca Pini, Ettore Pirovano, Massimo Polledri, Fabio Rainieri, Erica Rivolta, Marco Rondini, Roberto Simonetti, Stefano Stefani, Giacomo Stucchi, Renato Walter Togni, Alberto Torazzi, Pierguido Vanalli, Raffaele Volpi. Gruppo Iniziativa Responsabile Luciano Mario Sardelli, Giuseppe Ruvolo, Domenico Scilipoti, Maria Grazia Siliquini, Gerardo Soglia, Maria Elena Stasi, Vincenzo D’anna, Maurizio Grassano, Francesco Pionati, Elio Vittorio Belcastro, Massimo Calearo Ciman, Giampiero Catone, Bruno Cesario, Pippo Gianni, Paolo Guzzanti, Arturo Iannaccone, Giancarlo Lehner, Antonio Milo, Silvano Moffa, Giovanni Carlo Francesco Mottola, Carlo Nola, Andrea Orsini, Mario (Ir) Pepe, Michele Pisacane, Catia Polidori, Americo Porfidia, Antonio Razzi, Francesco Saverio Romano, Vincenzo Taddei, Liberal democratici (Gruppo Misto) Daniela Melchiorre, Italo Tanoni. (Gruppo Misto) Aurelio Salvatore Misiti.

    Vauro

    A 10 chilometri da Fukushima - tratto da www.ilpost.it

     

    Il racconto per il Post del viaggio per portare aiuto nella zona evacuata e nei centri di accoglienza allestiti per gli sfollati
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    Quelli dello Human Recovery Project li incontro a Sanya, quartiere di homeless di Tokyo: trasmettono un video sulle loro spedizioni tra i rifugiati di Fukushima. Al termine un amico in comune, uno tra i promotori della manifestazione antinucleare di domani, ci mette in contatto e in pochi minuti abbiamo deciso: andrò con loro nelle zone evacuate, darò una mano a trasportare pacchi di aiuti nei vari centri di accoglienza e loro mi aiuteranno a parlare con i giapponesi rifiugiati.
    Giornalismo low cost che incontra questo strambo gruppo di volontari giapponesi. Si parte alle 7 di mattina, nei pressi di una stazione ferroviaria poco fuori Tokyo. Io e quattro giapponesi, di cui due punkettoni, vegetariani e animalisti. Nel mini van si può fumare (i fumatori che vivono in Giappone sapranno apprezzare il dato).
    Abbiamo con noi attrezzatture, tute plastificate, mascherine, occhiali e polveri di cui cospargersi tutto il corpo una volta tornati indietro, e rilevatore (uguale a quello dei giornalisti giapponesi). I primi aiuti sono per due scuole di Iwari: giocattoli e manga. Foto di gruppo, mille ringraziamenti, ancora foto di gruppo a futura memoria.
    Poi andiamo a circa 30 chilometri da Fukushima, percorrendo la strada sul mare, dove possiamo vedere i ricordi dello tsunami, tra case sventrate e barricate di detriti ai bordi delle strade. Andiamo nella struttura più grossa che ospita i rifugiati. Per lo più anziani, raccolti in una palestra. Solo dieci bambini all’interno, migliaia di giornalini di Dragon Ball in casse appoggiate per terra costituiscono una specie di biblioteca improvvisata. Cibo e acqua ci sono. Il responsabile ci mette a nostro agio, si fa per dire: fossi in voi me ne andrei subito, ci dice. Penso si metterà a piovere e sarà ancora peggio, aggiunge.
    Proseguiamo. Ci avviciniamo ai 20 chilometri dalla centrale. Fino a questo momento le rilevazioni dell’apparecchietto sono tranquillizzanti: tra 1 e 2 microsievert all’ora. Abbiamo la consegna da parte di un ingegnere che ci ha dotato degli strumenti: quando supera i 10, scappate. Due volte entriamo nella zona evacuata senza alcun posto di blocco. Quando lo incontriamo, si tratta di due auto della polizia, in riva all’oceano, quasi poetica l’immagine, con il sole pronto a tramontare. Peccato che la macchinetta segni 4 e poi 5. Dopo due battute con i poliziotti (sprovvisti di mascherine e tute), sono loro ad andarsene. (Ne incontreremo altri, più tardi, che ci diranno di tornare indietro, ma dopo la nostra risposta, «Vogliamo andare avanti perché vogliamo dare da mangiare ai cani rimasti», si faranno da parte senza troppe complicazioni).
    Entriamo dunque e arriviamo a 15 km dalla centrale. Come i giornalisti giapponesi, che hanno realizzato un video avvicinandosi all’impianto di Fukushima I, vediamo passare due autobus di gente bardata con tute e contro tute, ma i dati sono rassicuranti: tra 3 e 6 microsievert, anche se a terra i numeri sono più elevati. Abbiamo appena comprato chili di cibo per cani e cerchiamo ovunque quelli rimasti nella zona evacuata. Poco prima, nel rifugio, una coppia ci ha descritto i loro due amici a quattro zampe. La famiglia è stata prelevata in fretta e furia, senza poter prendere niente in casa. Avevano anche due mucche, scopriremo che una è morta, mentre l’altra è stata liberata dall’esercito. Chissà dove sarà. Ne troviamo alcuni di cani, compresi quelli della famiglia nel rifugio: lasciamo il cibo a terra, dopodiché percorriamo una strada aperta in due e tra mille sbalzi arriviamo a 9 chilometri dalla centrale.
    A questo punto il rilevatore impazzisce, supera in pochissimi secondi il fatidico numero 10 e velocemente torniamo indietro. Non possiamo andare al centro dei volontari, non so bene per quale disguido burocratico. Finiamo così in un locale di musica punk cinese di Iwari non in attività aperto da un amico dei volontari: lì ci cambiamo, ci laviamo e ci cospargiamo di polvere per ridurre il pericolo di contaminazione. Dormiamo per qualche ora abbracciati alle casse e l’indomani ricominciamo il giro dei centri per i rifugiati, tenendoci sempre tra i 20 e i 30 chilometri dalla centrale. Infine Tokyo.
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